L'articolo vuole essere una riflessione sui cambiamenti clinici e di setting che ci troviamo a registrare nel passaggio alla modalità di smart-working psicologico. Valutare i punti di forza e di criticità degli strumenti telematici. Come utilizzarli? Sono adatti a tutti? Quali situazioni cliniche sono da evitare?

di Giovanni Pendenza

Clinica online. Riflessioni sul setting e sulla clinicaInternet è stata la più grande rivoluzione del 900, ma non la sola. C’è anche quella generata dal Genio di Freud, che ha concepito un modello di funzionamento della mente per la spiegazione di alcune forme di malattia mentale. È possibile unire le 2 grandi rivoluzioni, da una parte internet e dall’altra la psicologia?

Dall’iniziale grande rifiuto della psicologia, soprattutto della psicoanalisi, di utilizzare internet, oggi ci si sta predisponendo sempre di più a strutturare interventi clinici a distanza, eventi di formazione a distanza, i cosiddetti FAD….e ai tempi del coronavirus, tutti ci siamo dovuti interrogare sull’adattabilità dell’intervento psicologico online. L’alternativa è tra il sospendere le sedute a tempo indeterminato, con i presumibili inconvenienti di una interruzione traumatica e di una possibile alterazione del processo e della base relazionale del trattamento, o il trovare invece modalità transitorie per continuare il lavoro, adattandosi alla precarietà della situazione.

Il presente scritto è frutto del mio riflettere. Mi sono interrogato sulla base delle mie sensazioni e pensieri, su quelle di colleghi con i quali costantemente mi confrontavo, e con colleghi analisti che hanno scritto sull’argomento. Molte riflessioni hanno come base di riferimento il mio ambito di formazione psicoanalitico, ma credo che possano essere estese senza grandi difficoltà ad altri orientamenti.

La dott.ssa Elisabetta Papuzza utilizza una espressione felice per leggere il nostro tempo “L’online è oggi ONLIFE, nella vita privata e professionale, individuale e collettiva. La relazione con l’altro è mediata da una connessione tecnologica che da strumentale diventa essenziale, addirittura esistenziale, e il confine tra vicinanza e lontananza, tra interno ed esterno, tra Sè e Altro da Sè, tra reale e virtuale, diventa ancora più labile”.

Parlando del lavoro clinico “classico” la “stanza di analisi” rappresenta un’opportunità per porre sullo sfondo le sollecitazioni del quotidiano, è un luogo protetto. Ma oggi con l’epidemia di Covid-19 questo spazio sicuro può divenire spazio di “contagio”. E quindi per evitare di interrompere le sedute, cosa non sempre possibile soprattutto con pazienti incapaci di contenere le angosce e che forse non tollererebbero una separazione così brusca e in un contesto così persecutorio, molti psicologi hanno iniziato a lavoro in remoto. Non è solo il lavoro clinico a dover fare i conti con le attuali restrizioni, ma stessa sorte ha avuto lo spazio formativo e di confronto con colleghi, quindi convegni, seminari, eventi, supervisioni, master e specializzazioni. Interrompere tutto a data da destinarsi o impiantare uno “smart-working?”

Prima di addentrarmi nella discussione sullo “smart-working Psicologico” è bene distinguere il lavoro telematico iniziato per rispondere all’attuale emergenza, da situazioni già pregresse di lavoro da remoto che hanno avuto una strutturazione non a carattere emergenziale e quindi sono state ampiamente discusse tra dottore e paziente. Mi riferisco a colleghi che già avevano strutturato lavori a distanza con i loro pazienti per svariati motivi, da un trasferimento geografico di uno dei 2 una volta che già si era iniziata la terapia, per problematiche fisiche e/o psicologiche che impedivano il lavoro in presenza es. disabilita fisiche temporanee o permanenti, agorafobia ecc.

L’analisi è sostanzialmente l’incontro con una mente che comprende, qualunque sia il setting utilizzato. Roberto Goisis afferma “la terapia on-line la considero una delle forme di terapie psicologiche che noi abbiamo a disposizione. Una in più. Da studiare, da organizzare, da sperimentare, da validare, da capire e vivere dal di dentro, insieme ai nostri pazienti”.

Diversamente da quanto possiamo garantire nel setting della nostra stanza, in remoto rischiamo di sentirci noi stessi in balia di elementi ambientali poco gestibili, della cui solidità e sicurezza sappiamo bene che spesso i nostri pazienti hanno un bisogno vitale. Rischiamo che la dimensione protettiva e accudente del setting fisico che siamo abituati a garantire, si trasformi in un’esperienza disturbante per noi, come un’eco delle esperienze soverchianti dei pazienti.

Dobbiamo supporre cha la variazione di setting possa comportare caratteristiche differenti nella quantità e nella qualità delle fantasie, dei ricordi, dei sogni, degli stessi movimenti di transfert, del transfert sul setting. Ronny Jaffe afferma “Mentre la vita onirica dei pazienti, la loro libertà associativa, il contatto con il mondo interno e l’attenzione fluttuante prosegue la sua strada, ciò che risulta in parte compromesso è la dimensione della sensorialità, della corporeità. Non viene tanto perduta la dimensione del verbale, anzi talvolta le parole diventano ridondanti per coprire l’angoscia del silenzio e del vuoto, ma viene soprattutto perduto il livello pre-verbale con i suoi cinque sensi sui cui si fonda l’unità mente-corpo. E questa può essere una debolezza dello strumento. D’altra parte questo strumento che rende più flebile la potenza dell’espressione dell’inconscio nei suoi aspetti primari, ne consente la sua continuità.

Quali strumenti abbiamo?

La comunità degli psicologi che ha deciso di lavorare in remoto lo ha fatto utilizzando chiamate audio o videochiamate (Skype, WhatsApp, Zoom ecc). Il dott. Stefano Bolognini past president IPA ci invita a cercare di costruire insieme la disposizione operativa più adatta per ogni paziente: con chi si deciderà per il saluto a video acceso da ambo le parti, per poi passare al solo audio, riaccendendo il video per il saluto del congedo; altri si trovano meglio tenendo la videocamera accesa e disponendosi di spalle, sdraiati su un divano, come nella stanza di analisi; altri ancora preferiscono il telefono tout court. Il punto comune a tutte queste situazioni è che non si dovrà auspicabilmente far finta che siano ovvie e dovute e di ciò dovrà esser lecito e realistico parlare in seduta, senza remore e con franchezza, proprio per consentire il possibile passaggio a livelli più riflessivi e liberi di associazione. Anche in questo nuovo scenario i pazienti continuano inevitabilmente a portare il loro mondo interno, i loro vissuti soggettivi, le loro storie.

Chiamate

Nella chiamata è vero che manca la componente non verbale, ma ci si cala in uno stato di profonda contemplazione, senza essere distratti da input visivi, e si scopre che altri canali si potenziano via via che si diventa più sensibili ai mutamenti di tono, alle esitazioni e alla qualità del silenzio. La chiamata riproduce il perdere di vista l’analista tipico della seduta analitica. Il “nero” visivo delle comunicazioni telefoniche, spinge più oltre i limiti sensoriali del setting, i pazienti hanno modo di rievocare una rappresentazione della stanza di analisi come contenitore del discorso. La dottoressa Gemma Zontini ci invita a osserva come l’ascolto della sola parola riduce drasticamente l’insieme sensoriale a favore di una percezione accresciuta del ritmo, del respiro, delle esitazioni e delle esitazioni della voce, dei semilapsus e delle ripetizioni delle parole. Il nostro interlocutore si cerca nel momento in cui cerca l’analista che tace, s’inquieta, immagina la comunicazione spezzata; lo possiamo rassicurare con un «mmh… sì… l’ascolto», ma possiamo anche radicalizzare la chiusura di un silenzio assunto – forse allora scaturirà una serie associativa magnifica che potremo punteggiare con brevi interpretazioni, e poi, verso il termine dell’incontro telefonico, riprendere in una costruzione d’insieme. L’impressione è che alcuni pazienti dicano di più, per telefono, di quanto farebbero dal divano psicoanalitico.

Criticità chiamate

Il telefono rischia di essere sentito come una forma di comunicazione generica, buono per tutte le occasioni, assimilato ad una quotidianità che non offre peculiarità di relazione, non apre o mantiene un setting “speciale” come quello psicoterapeutico. Inoltre ascoltare al telefono può essere faticoso. L’altro non c’è «veramente», occorre uno sforzo di attenzione compensatorio per costringersi a seguire bene e a non lasciare divagare il proprio pensiero troppo lontano dal paziente. In seduta, invece, normalmente i momenti dissociativi di inattenzione riconducono sempre all’associatività. Potrebbe essere utile prendere appunti.

Videochiamate

A differenza del telefono, la videochiamata è uno strumento più nuovo, meno generalizzato, e può essere sentito come esperienza in diretta continuazione col pregresso rapporto, probabilmente perché non sfruttata e logorata da altri usi precedenti.  Il paziente può essere visto come nella relazione tradizionale, ciò dà al paziente l’idea che il dottore ancora lo osserva.

Scharff ci ricorda che bisogna predisporre un collegamento internet a banda larga di buona qualità in una stanza che consenta di tutelare la privacy, quindi è necessario se si lavora da casa avere la collaborazione dei nostri familiari affinchè rispettino l’esigenza di privacy e silenzio. Un generatore di rumore bianco potrebbe essere utile, cosi come lo scegliere uno sfondo simile a quello di uno studio: una parete vuota o una libreria, per esempio, oltre ad avere una buona fonte di luce davanti a noi con una finestra attraverso cui guardare fuori, in modo da evitare di restringere l’attenzione sullo schermo e mantenere un’attenzione liberamente fluttuante. Bisogna poi preparare il paziente ad assumersi la responsabilità di predisporre, a casa sua, uno spazio che sia sempre quello, silenzioso e privato, per le sedute analitiche. Anche il dott. Bolognini, ci segnala alcuni consigli per il lavoro in video conferenza. È necessario tener presente che entriamo per la prima volta nel mondo privato concreto del paziente, per lo più la sua abitazione o un suo spazio professionale: questo implica sempre il rischio di un vissuto d’invasione e richiede rispetto e riconoscimento esplicito della nuova situazione. Se si lavora vis à vis, sarebbe opportuno mantenere la nostra abituale collocazione di lavoro, avendo cura però di non protendersi verso lo schermo per non procurare l’”effetto-faccione” che non corrisponde affatto a come il paziente è abituato a vederci quando siede nel nostro studio; meglio usare le cuffie e distanziarsi di almeno un metro dalla videocamera.

Su Skype si può scegliere di conservare il setting analitico con l’utilizzo del lettino e quindi si invita l’analizzando a distendersi comodo su un divano, su un letto, e posizionare la telecamera dove normalmente ci sarebbe la poltrona dell’analista. Per noi terapeuti si conserva cosi un’immagine similare del pz come nel lavoro di persona. Ciò ci dà accesso alla componente non verbale delle parole, ma ci impegniamo sul piano immaginativo superando con lo sguardo l’immagine per raggiungere l’essere umano al di là di quell’immagine. Ci occupiamo del processo in corso tra noi e il paziente come faremmo in studio.

Ma si può anche optare per sedute vis-à-vis, schermo a schermo. Ci si può sentire molto controllati o esaminati. È utile spostare lo sguardo dalla telecamera al viso del paziente e allo sfondo, come si farebbe in studio. Se si lavora con coppie e famiglie, ci si dovrà sincerare che tutti siano ripresi dalla telecamera. Se si seguono bambini di dovrà collaborare con il genitore e invitarlo a predisporre uno spazio privato che rispetti la riservatezza del bambino. I bambini avranno molte meno difficoltà di noi: sono abituati alla tecnologia.

In sintesi skype ci garantisce la continuità visiva, l’elemento di scambio e di controllo così imprescindibile per certi pazienti nel vis a vis della stanza d’analisi.

Criticità videochiamate

Può esserci un forte senso di invasione da parte del pz, e quindi può essere utile spegnere lo schermo per evitare tempi di incursione prolungati nella casa del paziente, lo si protegge da eventuali vissuti di vergogna che la nuova situazione aggiunge alla patologia preesistente, si recupera una dimensione più ‘sognante’ e meno a ‘botta e risposta’.

Delle occasionali distorsioni della linea ne può risentire la profondità dell’ascolto se non addirittura, talvolta, la reciproca possibilità di sintonizzazione. Deve esserci la disponibilità da parte della coppia al lavoro ad accogliere ogni manifestazione del setting “remoto”.  C’è infatti qualcosa di più complesso riguardo al setting classico, poiché qui è cruciale anche l’elaborazione di tutta la parte tecnologica che supporta questo tipo di incontro. I crash della trasmissione (interruzioni, connessioni deboli o intermittenti, etc.) possono essere equiparati a improvvise inintenzionali rotture del setting, o a disturbi del livello empatico, e al pari delle rotture del setting possono rivelare cose che sarebbero rimaste nascoste forse per sempre. Tali “crash” mettono probabilmente in risalto la disillusione della onnipotenza della telematica, della sua supposta onniscienza magica.

È terapia? Riflessioni sparse

Scharff nel dialogo con la dottoressa Giustino ci fa notare come i colloqui da remoto possiedono tutte le caratteristiche tipiche di colloqui di persona: la restrizione rispetto al contatto corporeo, i confini dell’ora di terapia, la libera associazione, i sogni, l’espressione degli affetti, le reazioni psicosomatiche, lavorare nel qui e ora e collegarlo al lì e allora. La regressione ha luogo e può essere gestita con l’interpretazione. Per esempio, poiché la relazione avviene attraverso la tecnologia, la mancata compresenza fisica può rendere il trauma precoce presente nella relazione madre-bambino più accessibile di quanto fosse nelle sedute in studio, quando la compresenza fisica cullava il senso di deprivazione interiore.  Ci è utile rilevare che la resistenza, il transfert e il controtransfert sono proiettati sulle realtà della tecnologia: le chiamate senza risposta possono essere vissute come un fallimento empatico; scordarsi di chiamare o il dispositivo elettronico la cui batteria è pressoché scarica possono esprimere la resistenza a entrare in relazione con il lavoro analitico; l’insistenza a usare il telefono e non la tecnologia della videoconferenza può celare un sentimento di vergogna per l’imperfezione rivelata dall’essere visti, e così via.  Il controtransfert può diventare percepibile nell’analista a livello somatico.  Quindi, nonostante la non compresenza fisica, il corpo del paziente e quello dell’analista entrano nella conversazione analitica.

Molti colleghi sono concordi nell’idea che nelle prime sedute da remoto il silenzio viene spesso colmato da parole per timore. Ma bastano pochi colloqui per poter tornare a condividere il silenzio, a convivere nel silenzio, a lasciare spazio per l’inconscio e le sue sorprendenti scaturigini. Il silenzio può essere ingombro di oggetti perduti e ingenerare malinconia o divenire, così come in seduta, terreno fertile per germinazioni inattese.

Che uso farne in clinica?

Fatto salva la necessità di valutare ed analizzare accuratamente la richiesta di una terapia a distanza, riflettiamo su alcune condizioni.

Un rischio nel quale incorre il lavoro terapeutico online è quello di accentuare una dicotomia mente/corpo a scapito del secondo. Si viene a perdere un rapporto diretto con i reciproci canali sensoriali attraverso i quali sono spesso veicolati, utilizzando l’identificazione proiettiva, reazioni di rabbia, paura, eccitazione etc. La dott.ssa Giovanna Cerotto Mazza ci segnala che se prima era il paziente che si recava nello studio ora è l’analista che entra nello spazio reale del paziente e ciò di per sé crea una maggiore intimità. Al tempo stesso, sembra che la distanza tra i corpi permetta di correre dei rischi in più e di esprimere, talvolta, anche qualcosa di nuovo, è possibile fantasticare con meno timore di perdere il controllo poiché si affievolisce la tensione generata dalla presenza e dalla vicinanza dei due corpi nella stanza d’analisi. In questo senso lo spazio virtuale rende possibili alcune esperienze dalle quali ci si potrebbe difendere nel vivo dell’incontro. Uno spazio che consente talvolta di avvicinarsi a tutto ciò che risultava perturbante. Alcune fantasie erotiche ed aggressive trovano più facilmente espressione nella modalità schermo a schermo. È come se questo cambiamento nel setting si configurasse come un acceleratore di processi che probabilmente diversamente avrebbero richiesto molto più tempo per attivarsi.

La perdita della compresenza fisica è difficile per quei pazienti a cui piace il setting protetto dell’analista, la possibilità di entrare nel suo spazio intriso della sua personalità, di trascorrervi del tempo e di impiegare sforzo per giungervi e tornare a casa, oltre a poter interrompere così la routine consueta. Occorre riconoscere le differenze, esplorarle, dolersi di ciò che va perduto; solo allora si è liberi di apprezzare ciò che il setting dell’analisi da remoto ha da offrire. Esso fornisce una continuità della cura equivalente a quella in studio. All’assenza della corporeità, con tutto ciò che ne deriva, si sostituisce con altrettanta forza il bisogno di garantire una relazione vitale, in un periodo in cui l’angoscia di morte, con infinite sfumature, pervade tutti. Spesso si tratta di far sopravvivere la continuità psichica, soprattutto in un momento in cui la discontinuità si impone a così tanti e stratificati livelli: le abitudini quotidiane, le convivenze forzate, l’interruzione lavorativa, l’impossibilità o la drastica riduzione delle uscite dall’ambiente domestico.

In un lavoro del 2017 sulla tematica Andrea Marzi, Giuseppe Fiorentini ci invitano a riflettere su molti aspetti che riporto di seguito. Un elemento da non sottovalutare è rappresentato dal fatto che il paziente deve essere disponibile ad adattarsi alla tecnologia e responsabile per gli arrangiamenti relativi al posto in cui svolge la seduta (una stanza appartata, eventuale telecamera, connessioni etc.), Inevitabilmente la costruzione e il mantenimento del setting sono ora condivisi e ciò ha senza dubbio un ruolo nel dispiegarsi della cura. Richiede al paziente una tenuta e una co-responsabilità attiva che per certi versi può permettersi di non assumersi nella stanza d’analisi. Ed è dunque assai arduo proporre tale terapia a persone che non siano in grado di mantenere, per le più svariate ragioni, questo tipo di alleanza.  Pensiamo a psicotici in fase acuta per i quali è indispensabile uno stretto contatto con uno psichiatra in loco che possa, se necessario, intervenire farmacologicamente o attraverso un ricovero, o a pazienti con franche intenzioni suicidarie, patologie nell’area della tossicomania o dei disturbi alimentari per i quali spesso è richiesto un attento monitoraggio delle condizioni fisiche. Vi sono dubbi per  altri pazienti le cui problematiche possiamo collocare, in estrema sintesi, nell’area narcisistica, i quali utilizzano la terapia on line per rifuggire da un rapporto  diretto col terapeuta, così come nella  loro vita esterna sono portati a  stabilire con l’altro  un contatto anaffettivo, a scapito di  una relazione in quanto tale, e di tutto ciò che essa significa, vale a dire  uno scambio e un  riconoscimento dell’altro. Il trattamento digitale rischia di essere messo al servizio della negazione della dipendenza. Ed anche nei casi di pazienti con tratti marcatamente ossessivi, la condizione disincarnata e isolata nella quale si svolge la terapia a distanza può essere utilizzata al servizio del controllo e dell’isolamento che caratterizzano questo tipo di disturbo.

E’ ovvio peraltro che si tratta di difese che il prosieguo della terapia auspicabilmente dovrebbe portare alla luce ed essere in grado di elaborare. Come già riportato in precedenza la distanza può favorire l’emergere e la comunicazione di fantasie sessuali, anche molto accese e coinvolgenti (come nelle chat) da parte di entrambi i partecipanti.

Vorremmo anche segnalare che l’analisi via Internet sarebbe indicata per casi di severe agorafobie e di pazienti traumatizzati. Per questi ultimi tale tipo di terapia sarebbe a volte in grado di facilitare un progressivo disamina ed elaborazione delle scissioni e sarebbe in grado –negoziando la tensione tra vicinanza e distanziamento – di garantire la continuità analitica.  Tutto ciò dovrebbe costituire una sorta di fase propedeutica ad un trattamento in persona in un secondo tempo.

Criticità dello smart working psicologico

La dott.ssa Elisabetta Papuzza ci fa osservare come il lavoro telematico è una dimensione in cui si accorciano o annullano le distanze spazio temporali, in cui è più difficile confrontarsi con l’assente, l’attesa, la frustrazione, la perdita, il senso di fragilità e precarietà dell’esistenza, della condizione umana, dove può prevalere l’illusione di una connessione facile e costante e si rischia una relazione narcisistica con l’altro. Con un click ci si collega, perdendo l’aderenza con il tragitto da percorrere per giungere allo studio, con il tempo che occorre per coprire quel tragitto, per raggiungere l’Altro, e con un click ci si separa.

La collega Valentina Marchesin osserva come il lavoro online è molto spesso più faticoso. C’è un impegno costante di mantenere il contatto supervisionando la linea, il sentire di dover familiarizzare con un mezzo a cui non siamo abituati ma anche essere noi soli fisicamente nella stanza. Inoltre “ci si osserva” al lavoro, nello schermo abbiamo anche il nostro volto proiettato. Questa è una percezione diversa dall’Io osservante che attiviamo solitamente in seduta, è una percezione di Sé più diretta e svelata, alla quale non siamo forse così abituati e anche questo credo implichi un ulteriore faticoso lavoro di auto-analisi. Aggiunge la collega Sarantis Thanopulos, che il lavoro a distanza è meno fluido e più faticoso. Mancano i corpi che si incontrano attraverso il loro respiro, il silenzio che si fa gesto, movimento espressivo, la sensazione di essere soli. L’atmosfera onirica è diluita, i silenzi pesano come interruzioni, ci si sente spinti a colmare con le parole gli spazi di attesa.

La dott.ssa Gemma Zontini riflette su come “lavorare da remoto talvolta mi fa sentire difficile mantenere la rotta del transfert-controtransfert. L’angoscia nel transfert si rivela, talvolta, mediante i fallimenti del dispositivo informatico: la voce che arriva in ritardo e dà l’eco, l’immagine che si sfalda, si infrange, scompare. “È sempre lì, dottoressa’”? Penso “sì non sono morta, non sei morto, ti tengo, mi tieni, ci teniamo. Scrivo che ci sono, magari che io li vedo, la mia connessione c’è, che riprovassero loro, io sono qui.”

Inoltre soprattutto in questa situazione dettata dal Covid 19 dove è difficile avere uno spazio protetto da invasione di famigliari, bisogna essere disponibili a riorganizzare gli orari. Per alcuni pazienti non è facile trovare un tempo e un luogo protetto dagli stimoli legati alla vita di coppia, di famiglia, ecc. e c’è da aggiungere che non tutti i pazienti avevano informato i famigliari che “andavano dallo psicologo”. Pensiamo a casi di crisi matrimoniali. Quindi ricordiamoci della privacy, evitiamo dunque come d’altronde è già buona prassi fare, di chiamare il paziente qualora non si presenti al suo appuntamento. Se dovessimo aver necessità, meglio informarlo con un semplice messaggio che è una modalità comunicativa meno invadente rispetto al ricevere una chiamata. Un’altra criticità sulla privacy è esposta dal dottor Romano che si chiede se si è certi che possa essere garantita l’assoluta riservatezza richiesta dalla cura. Se non c’è il rischio che degli hackers possano introdursi per rubare informazioni delicate dei pazienti durante le sedute. Per questo bisogna attrezzarsi con strumenti adeguati che possano limitare eventi simili.

Queste ed altre criticità man a mano che il lavoro aumenta emergeranno, richiedono una nostra ulteriore riflessione.

Conclusioni

Il collega Riefolo ci segnala come ci si potrebbe illudere che “nonostante i cambiamenti del setting, ci sia la possibilità di limitare al minimo le interferenze sul setting”. Si potrebbe temere, di contro, che le gravi imposizioni a cui il setting deve sottostare, determineranno gravi, quanto auspicate transitorie limitazioni. Ma è bene ricordare che le modificazioni sono funzionali alla possibilità di accogliere domande di aiuto che altrimenti non potrebbero essere accolte. Se esiste una coppia al lavoro, non sarà uno schermo a eliminarla o danneggiarla.

Potremmo riconoscere e ammettere che ci sono senz’altro delle differenze nel modo di lavorare e dovremmo aspettare di ritornare nei nostri studi per capire tanto altro, per cogliere le differenze, le peculiarità e le utilità dell’una e dell’altra modalità di lavoro.

Oggi, ai tempi del Covid, esiste un pericolo reale ed è forte il bisogno di sentirsi al sicuro. Le sedute allora possono diventare un luogo dove si possa avviare un esame di realtà sorretto dalle risorse della coppia analitica. Lavorare telematicamente nel futuro potrà diventare un’opportunità in più per favorire la diffusione della buona psicologia al di là di confini geografici.

 

Indicazioni

L’International Psychoanalytic Association ha reso disponibili le raccomandazioni per gli psicoanalisti che fanno analisi da remoto (Recommendations for Psychoanalysts doing Teleanalysis) scaricabili dal sito: https://www.ipa.world/IPA/en/News/coronavirus.aspx.

                     

Giovanni Pendenza, Psicologo diplomando in Psicoterapia Psicoanalitica.
Segretario della Società Italiana di Psicologia On Line (SIPSIOL)
Lavora ad Avezzano e L'Aquila dove si occupa principalmente di clinica per adolescenti e adulti.
 

 

 

 

 

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